Decima parte: Profumo di crisi, "Mi rifaccio un imperio"
Ripercorriamo la vita di Giovanni Borghi grazie al contributo fondamentale fornito dal libro, a lui dedicato, "Mister Ignis", che l'autore, Gianni Sparta, ha pubblicato per Mondadori.
Profumo di crisi
Sull'onda delle rivendicazioni giovanili e di una crisi economica ormai pronta a invadere l'Italia, anche l'Ignis e obbligata a subire l'onte del cambiamento. Se brand importanti (Fiat, Alemagna, Campari solo per citarne alcuni) avevano già aperto al soccorso di stato con la creazione, di fatto, di public company, Borghi cerco in ogni modo di evitare violente trasformazioni.
A Comerio riuscirono a salvare la baracca, ma con il manifesto fastidio da parte di Borghi, incapace di accettare le mutate condizioni. Come approvare di non essere più padrone, ma solo socio della sua creatura? D'altra parte, però, dopo un ventennio di crescita costante, Ignis si era fermata complice anche l'avanzata dei competitor tedeschi. Per questo motivo, il colosso Philips, agli inizi degli anni Settanta, riesce a mettere le mani sopra una delle principali aziende del "bianco" in Italia.
Inoltre, con beffa aggiunta. Infatti, in circostanze simili non è certo una novità, il colosso olandese aveva chiuso il gigantesco affare pagando molto meno del valore reale dell'azienda, che pur in un momento di palesata crisi aveva mantenuto, nel settore, valore e affidabilità.
"Mi rifaccio un imperio"
Cadere fragorosamente dopo tanta fatica, non fa piacere a nessuno. Per questo motivo, nella prima metà degli anni '70, Borghi decide di spostare il suo interesse verso i televisori. Compra la Emerson, una fabbrica di tv fiorentina, sperando nell'avvento del colore. Una giusta intuizione che non tenne conto, però, della lentezza (e degli interessi) della politica nostrana. Pal o Secam? Quale tecnologia utilizzare? Le lungaggini sulla migliore scelta tecnologica portarono molti imprenditori a improvvisare oppure a procedere verso lidi sbagliati.
Guido, figlio di Giovanni (ormai malato) aveva preso in mano le redini della nuova azienda, ma senza la fortuna necessaria volta a evitare il disastro economico.
A questo momento di difficoltà se ne aggiunsero, poi, altri due.
Il primo, riguardo l'accusa di aver scaricato nel lago dei veleni provenienti dalla fabbrica di frigoriferi (con lauto risarcimento ai pescatori).
Il secondo, invece, legato alla presenza di cellule del terrorismo rosso fra gli operai di Cassinetta, circostanza che impose all'azienda un pesante ridimensionamento della forza lavoro.