Illustrazione generata con AI
Electrolux, accordo nella notte: esuberi dimezzati e 100 milioni per gli stabilimenti italiani
Dopo oltre trenta ore di trattativa al Mimit, Electrolux e sindacati raggiungono l'ipotesi di accordo sulla riorganizzazione italiana. Le uscite saranno esclusivamente volontarie e incentivate, gli investimenti salgono a 100 milioni e la produzione a regime viene fissata a 3,2 milioni di pezzi. A Cerreto d'Esi attività garantita fino alla reindustrializzazione; a Porcia restano almeno 140 mila lavasciuga. Ora la parola passa ai lavoratori con il referendum.
Dai 1.719 licenziamenti annunciati a maggio a meno di mille uscite, esclusivamente volontarie e incentivate. Dopo una trattativa proseguita per oltre trenta ore al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Electrolux e Fim, Fiom e Uilm hanno raggiunto nella notte l'ipotesi di accordo sulla riorganizzazione delle attività italiane.
È il passaggio più importante dall'inizio della vertenza e modifica profondamente il piano con il quale la multinazionale svedese aveva aperto il confronto la scorsa primavera.
Sul numero finale delle eccedenze, nelle prime ore successive all'intesa sono circolate due quantificazioni differenti. Indiscrezioni non ancora ufficialmente confermate riportano 918 uscite volontarie in tre anni, suddivise tra 406 operai – 390 addetti alla produzione e 16 ai laboratori – e 512 impiegati.1
Una successiva comunicazione del Mimit, diffusa in mattinata, indica invece un massimo di 902 uscite volontarie e incentivate.
Una differenza di 16 posizioni che dovrà essere chiarita nei documenti definitivi.
Il dato politico e industriale, però, non cambia: rispetto ai 1.719 esuberi iniziali, il perimetro è stato quasi dimezzato e viene escluso il ricorso ai licenziamenti coatti.
Gli incentivi all'esodo potranno arrivare fino a 95 mila euro, modulati in funzione dell'anzianità di servizio.
Da 1.719 a meno di mille: come è cambiata la vertenza
Il risultato arriva dopo quasi sei mesi di negoziato e numerose revisioni del piano.
Dai 1.719 esuberi annunciati inizialmente Electrolux era scesa a 1.450 a settembre. Il 5 ottobre era arrivato il primo vero cambio di impostazione: ritiro dei licenziamenti unilaterali e proposta di 1.250 uscite volontarie in tre anni. Alla fine di ottobre il numero era stato ulteriormente ridotto a 1.190.
L'ultima maratona negoziale ha portato sotto quota mille il perimetro delle eccedenze e ha aggiunto garanzie industriali che riguardano prodotti, investimenti, ammortizzatori e consistenza futura degli organici.
Proprio questi elementi distinguono l'intesa raggiunta nella notte da una semplice gestione degli esuberi.
Cento milioni di investimenti, ma i volumi scendono
Electrolux prevede 100 milioni di euro di investimenti nel triennio 2027-2029. Secondo alcuni dettagli, il 75% sarà destinato allo sviluppo dei prodotti e il restante 25% all'innovazione dei processi.
A regime gli stabilimenti italiani dovrebbero produrre complessivamente 3,2 milioni di elettrodomestici l'anno.
Il dato rappresenta un miglioramento significativo rispetto alle ipotesi iniziali formulate durante la ristrutturazione – secondo Fim i volumi concordati sono superiori del 30% rispetto alla prima proposta aziendale – ma resta inferiore agli attuali circa 3,6 milioni di pezzi.
L'accordo, quindi, non riporta la produzione ai livelli precedenti alla crisi. Delinea piuttosto il perimetro industriale sul quale Electrolux si impegna a mantenere la propria presenza italiana nei prossimi tre anni.
Vengono inoltre salvaguardate in Italia le attività di ricerca e sviluppo, industrializzazione dei nuovi prodotti e funzioni amministrative, uno dei punti sui quali i sindacati avevano insistito durante l'ultima fase della trattativa.
Porcia: almeno 140 mila lavasciuga restano in Italia
Uno dei risultati più rilevanti riguarda Porcia.2
La produzione delle lavasciuga, che nelle prime fasi del confronto rischiava un forte ridimensionamento e una parziale delocalizzazione in Thailandia, viene confermata per almeno 140 mila unità l'anno.
La progressione del negoziato rende bene la portata del risultato: Electrolux era partita prospettando il mantenimento del 30% della produzione, era salita al 50% nelle successive trattative e poi a 100 mila unità. L'intesa finale porta il livello a circa il 70% e almeno 140 mila pezzi.
A Porcia viene inoltre ampliato il portafoglio prodotti, consolidando la presenza di lavatrici e lavasciuga sulle diverse piattaforme.
Susegana, Solaro e Forlì: investimenti e produzioni
L'accordo entra nel dettaglio anche degli altri stabilimenti.
A Susegana, in provincia di Treviso, resta la produzione di frigoriferi di fascia medio-alta, della gamma premium e dei prodotti destinati al mercato svizzero, con 18,5 milioni di euro di investimenti.
A Solaro, nel Milanese, Electrolux conferma la produzione di lavastoviglie e prevede 35 milioni di investimenti. A Forlì vengono confermati piani cottura e forni a gas di fascia medio-alta, accompagnati da circa 15 milioni di investimenti.
Il piano punta quindi a mantenere una specializzazione produttiva dei diversi siti italiani, mentre la riduzione complessiva dei volumi resta uno degli elementi da monitorare nel triennio.
Cerreto d'Esi: produzione fino all'arrivo di un investitore
Il capitolo più complesso rimane Cerreto d'Esi.
Il sito marchigiano, inizialmente destinato alla chiusura, conta oggi 149 lavoratori.
L'intesa garantisce la prosecuzione della produzione Electrolux, con volumi coerenti con quelli attuali e con la media degli ultimi anni, fino all'individuazione di un investitore in grado di rilevare e reindustrializzare lo stabilimento.
Durante questa fase saranno utilizzati ammortizzatori sociali, mentre il Ministero del Lavoro dovrà individuare gli strumenti più adatti, accompagnandoli con percorsi di formazione e riqualificazione.
La distinzione è importante: Cerreto non viene salvato come stabilimento Electrolux nel lungo periodo, ma neppure chiuderà nell'immediato.
L'obiettivo dell'accordo è impedire che la fabbrica venga svuotata prima dell'arrivo di un nuovo progetto industriale.
La riuscita della reindustrializzazione resta dunque uno dei punti ancora aperti della vertenza.
Se le uscite saranno troppe, Electrolux dovrà assumere
Un'altra clausola introduce una garanzia che guarda oltre la gestione degli esuberi.
Se le uscite volontarie dovessero superare il numero concordato, Electrolux si impegna a reintegrare personale, dando precedenza ai lavoratori che abbiano già prestato servizio negli stabilimenti con contratti a termine o in somministrazione.
È inoltre prevista la possibilità di utilizzare i contratti di espansione, che il Governo si è impegnato a rifinanziare per favorire nuove assunzioni e ricambio generazionale.
Per la cassa integrazione viene prevista la rotazione sia degli operai sia degli impiegati.
Restano inoltre le tutele specifiche richieste per i lavoratori con ridotte capacità lavorative.
La logica è quella emersa nell'ultima parte del negoziato: evitare che le uscite volontarie producano organici inferiori a quelli necessari per sostenere i volumi produttivi concordati.
Adesso decide il referendum
L'accordo raggiunto nella notte è, tecnicamente, un'ipotesi di accordo.
Le principali sigle sindacali porteranno il testo negli stabilimenti italiani e saranno i lavoratori a pronunciarsi attraverso un referendum previsto nei prossimi giorni.
Soltanto dopo il voto si potrà quindi parlare di chiusura definitiva della vertenza.
Il risultato raggiunto al Mimit resta comunque molto distante dallo scenario che si profilava a maggio: gli esuberi sono quasi dimezzati, i licenziamenti coatti vengono esclusi, gli investimenti salgono a 100 milioni e vengono fissate garanzie su produzioni, ricerca e sviluppo e consistenza degli organici.
Non tutto, però, torna al punto di partenza. La produzione italiana passerà dagli attuali 3,6 milioni a circa 3,2 milioni di pezzi annui e Cerreto d'Esi dovrà trovare un nuovo investitore.
La vertenza Electrolux arriva dunque a una possibile conclusione, ma lascia aperta una questione più ampia: la capacità dell'industria europea degli elettrodomestici di continuare a produrre in Italia mantenendo volumi, occupazione e competenze di fronte a costi industriali elevati e a una concorrenza asiatica sempre più aggressiva.