Beko, il piano italiano alla prova dei fatti: produzioni in calo e investimenti sotto osservazione Illustrazione generata con AI
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Beko, il piano italiano alla prova dei fatti: produzioni in calo e investimenti sotto osservazione

A un anno e mezzo dall'accordo che aveva ridisegnato il futuro italiano di Beko Europe, crescono le preoccupazioni per l'andamento di alcuni stabilimenti. A Comunanza la produzione 2026 potrebbe fermarsi circa 128 mila pezzi sotto le previsioni, mentre a Melano sindacati e lavoratori chiedono certezze sugli investimenti e sui nuovi prodotti. L'8 ottobre il nuovo confronto al Mimit.

Nell'aprile 2025 sembrava essere arrivata la svolta per Beko Europe in Italia. Dopo mesi di trattative, il piano che inizialmente prevedeva quasi duemila esuberi era stato profondamente rivisto: nessun licenziamento collettivo, uscite volontarie e incentivate, salvaguardia degli stabilimenti e soprattutto 300 milioni di euro di investimenti nel triennio 2025-2027, circa un terzo dei quali destinato alla ricerca e sviluppo.

A distanza di quasi un anno e mezzo, però, l'attenzione si è spostata dalle intenzioni alla loro effettiva realizzazione. Ed è proprio su produzione, nuovi modelli, investimenti e utilizzo della cassa integrazione che si concentrerà il prossimo confronto tra azienda, Governo e organizzazioni sindacali.

La data da segnare è quella dell'8 ottobre, quando la vertenza Beko tornerà al Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Un appuntamento particolarmente importante per gli stabilimenti marchigiani di Comunanza e Melano, dove nelle ultime settimane sono aumentati i segnali di difficoltà.

Comunanza, 128 mila pezzi in meno rispetto alle previsioni

Il caso più delicato è quello di Comunanza, in provincia di Ascoli Piceno. Lo stabilimento, specializzato nella produzione di lavatrici e lavasciuga, era stato inizialmente indicato tra quelli destinati alla chiusura. Nel febbraio 2025 era arrivato invece il cambio di rotta, con la conferma della continuità produttiva e la prospettiva di un rilancio.

Il quadro attuale appare meno rassicurante. Secondo quanto riportato da organi di stampa sulla base delle informazioni fornite dalle organizzazioni sindacali, per il 2026 erano previste 428 mila unità prodotte. La stima di fine anno sarebbe invece scesa di quasi 130 mila pezzi, quindi intorno alle 300 mila unità.1

A rendere ancora più evidente la debolezza produttiva è il ricorso agli ammortizzatori sociali. Ad agosto gli operai avrebbero lavorato un solo giorno; a settembre sono stati indicati nove giorni di cassa integrazione, destinati a diventare tredici in ottobre. Anche sul fronte occupazionale le prospettive preoccupano: secondo i sindacati, da gennaio l'organico potrebbe scendere sotto quota 200.

Il nodo degli investimenti

La riduzione dei volumi diventa ancora più significativa se messa in relazione con gli investimenti previsti dal piano industriale.

Per Comunanza erano stati programmati 15 milioni di euro, destinati a prodotto, processi e ricerca e sviluppo. Ma già a fine luglio la Fim-Cisl sosteneva che fosse stato impiegato meno di un milione. Nello stesso periodo il sindacato segnalava ritardi anche a Melano, dove risultavano realizzati 14 milioni rispetto ai 62 milioni complessivamente previsti dall'accordo.

Sono dati che vanno correttamente attribuiti alle organizzazioni sindacali e non presentati come un consuntivo certificato dell'azienda. Proprio questa divergenza è uno degli elementi centrali della vertenza: nell'aprile scorso Beko aveva infatti indicato investimenti complessivi già realizzati in Italia per circa 110 milioni di euro, distribuiti tra i diversi stabilimenti.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto quanto sia stato investito complessivamente, ma dove, in quali progetti e con quali effetti sulla capacità produttiva dei singoli siti.2

Melano tra cassa integrazione e volumi sotto pressione

Anche lo stabilimento di Melano di Fabriano, destinato dal piano a diventare l'hub europeo Beko per i piani cottura a gas, radianti e a induzione, attraversa una fase complessa.

Alla fine di agosto le rappresentanze sindacali avevano annunciato sei giorni di chiusura totale dal 23 al 30 settembre. Per l'intero mese era previsto il ricorso alla cassa integrazione, con una capacità produttiva stimata intorno al 60%.

Particolarmente significativo è il tema dei volumi. Il budget 2026 era stato fissato poco sopra un milione di pezzi, ma i sindacati hanno espresso il timore che la produzione possa scendere sotto questa soglia. A luglio la Fim aveva già stimato un risultato inferiore del 10% rispetto agli obiettivi di budget.

L'8 settembre i lavoratori sono arrivati allo sciopero. Secondo la Fim-Cisl, alle 66 uscite previste dal piano industriale se ne erano aggiunte circa altre 30 volontarie, senza che alla riduzione dell'organico corrispondesse il rilancio produttivo atteso.3

Meno occupazione, ma il rilancio produttivo deve ancora consolidarsi

È qui che emerge la questione industriale più importante.

L'accordo del 2025 non aveva semplicemente l'obiettivo di gestire gli esuberi.

La riduzione degli organici doveva inserirsi in un progetto capace di rendere gli stabilimenti italiani più competitivi attraverso investimenti, automazione, nuovi prodotti e specializzazione produttiva.

Sul primo fronte il processo è andato avanti. Già nell'ottobre 2025, ad esempio, avevamo già raccontato le 70 uscite incentivate tra operai e impiegati a Fabriano, con stimoli economici che potevano arrivare fino a 90 mila euro.

Oggi la domanda diventa inevitabilmente un'altra: alla riduzione strutturale dell'occupazione sta corrispondendo un rafforzamento altrettanto concreto della produzione?

L'8 ottobre diventa il primo vero esame del piano

Il prossimo tavolo ministeriale assume quindi un significato diverso rispetto agli incontri che avevano portato all'accordo.

Non si tratta più di negoziare promesse future, ma di misurare quanto di quelle promesse sia diventato realtà.

Sul tavolo ci saranno inevitabilmente i volumi produttivi di Comunanza e Melano, il ricorso alla cassa integrazione, i tempi di realizzazione degli investimenti e soprattutto l'arrivo dei nuovi prodotti che dovrebbero assicurare agli stabilimenti italiani una prospettiva industriale di medio-lungo periodo.

La distinzione è fondamentale. Ridurre i costi e gli organici può migliorare nel breve periodo l'efficienza di una struttura produttiva; garantire il futuro industriale richiede invece prodotti, volumi, investimenti e capacità di competere.

Ed è proprio su questo secondo terreno che il Piano Italia da 300 milioni di euro di Beko entra adesso nella sua fase più delicata.

Il confronto al Mimit dovrà fornire soprattutto numeri: quanto è stato realmente investito, quali nuovi prodotti arriveranno, quando entreranno in produzione e quali volumi potranno garantire agli stabilimenti italiani.

Dopo un anno e mezzo di accordi, incentivi e ammortizzatori sociali, sarà questa la misura più concreta per capire se la ristrutturazione di Beko in Italia stia diventando anche un rilancio industriale.

Note

  1. rainews.it — Anna Madia, «Beko, l'allarme dei sindacati: "Lo stabilimento di Comunanza rischia di spegnersi"» ↩
  2. ansa.it — «A un anno dall'accordo vertenza Beko, visioni diverse sul fronte degli investimenti» ↩
  3. ansa.it — «A un anno dall'accordo vertenza Beko, visioni diverse sul fronte degli investimenti» ↩