La genesi del bianco in Europa (1945-1970: Storia della lavatrice nei 25 anni che cambiarono l'Italia)
Un lungo tragitto che, dalla fine Seconda Guerra Mondiale, giunge fino al periodo più scuro, ma anche denso di cambiamenti del nostro paese. Parliamo di profonde trasformazioni che sono state capaci di modificare sensibilmente la vita sociale italiana. Si tratta di un percorso, estremamente interessante, che analizzeremo grazie all'occhio attento di Enrica Asquer e del suo libro "La rivoluzione candida" pubblicato da Carocci.
La genesi del bianco in Europa
Nell'agitato lasso di tempo compreso tra le due guerre, inizia a svilupparsi anche in Europa una tradizione del "bianco". Un'espansione del settore che mostra l'ingresso nel mercato dei grandi gruppi tedeschi come Bosch, Siemens e Aeg, nomi che nel secondo dopoguerra saranno destinati ad affermarsi e ad assumere altresì un ruolo di primo piano.
In Inghilterra, invece, insieme alle statunitensi Frigidaire e Kelvinator, allo sbocciare degli anni trenta si affermava (anche se inizialmente esperta nella produzione di aspirapolveri), la Hoover, azienda che, con le lavatrici, conquisterà la leadership nel lavaggio a partire dagli anni cinquanta, distanziando di fatto la concorrenza esercitata da Hotpoint e da Wlkins & Mitchell, già presenti sul territorio inglese nell'anteguerra.
Agli inizi del secolo un altro nome del bianco, che ancora oggi ricorre con una certa frequenza, vede la luce in Svezia: si tratta della Electrolux che avvia con profitto la produzione di lavatrici e aspirapolveri nel proprio paese. Attività successivamente esportata in Gran Bretagna, circostanza che, rapidamente, le permetterà di diventare la numero uno per quanto riguarda il comparto dei frigoriferi ad assorbimento.
E l'Italia?
Lungo lo stivale solo la Fiat produceva frigoriferi, limitandosi però al solo assemblaggio sfruttando la licenza concessa dell'americana Westinghouse.
Per consacrare uno sviluppo serio del settore italiano della produzione di elettrodomestici, bisognerà aspettare il secondo dopoguerra, come sul Magazine di Archimede abbiamo già evidenziato nei racconti dedicati alle storie di Butali e Borghi.
Fino ad allora, il mercato nazionale era dominato da produttori stranieri, in particolar modo americani.
Addirittura Kelvinator operava sul nostro territorio già con proprie filiali, mentre altri come Philco italiana SpA (controllata dalla Ford) o la General Electric, dominus della Cge, esercitavano una presenza indiretta.
In Italia, più per inerzia che per convinzione nei prodotti, muovevano passi decisamente meno coordinati Fiat, Tecnomasio Brown Boveri, Smalteria Metallurgica Veneta, Breda Termomeccanica e Locomotive.
Altre piccole aziende, invece, controllate da grossi nomi del campo elettromeccanico, si affacciavano timidamente nel mondo degli elettrodomestici.
In nomi? Triplex, Fargas e Zerowatt.
In Italia, tuttavia, una certa diffidenza ammanta da subito il settore e nessuna delle principali imprese meccaniche o elettrotecniche riuscì in seguito a mantenere, se non nella fase iniziale, un ruolo competitivo nel settore.
Poco alla volta, si registreranno clamorosi passi indietro volti a determinare un totale disimpegno della produzione come avvenne, per esempio, con la Fiat nel 1964.
Un errore strategico grave, che si rivelerà miope e costoso, perché le potenzialità del settore, come avremo modo di appurare, saranno invece straordinarie.