Quello che resta. Dalla crisi a Electrolux, l'eredità di Lino Zanussi
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Lino Zanussi. L'uomo che cambiò l'industria degli elettrodomestici italiani

Parte 10 di 10

Quello che resta. Dalla crisi a Electrolux, l'eredità di Lino Zanussi

Dopo la morte di Lino Zanussi il gruppo continua a crescere, acquisisce concorrenti e consolida una posizione di primo piano nell'industria europea degli elettrodomestici. Ma la dimensione che aveva rappresentato una delle chiavi del successo finisce per diventare anche una delle grandi difficoltà da governare. La spinta alle acquisizioni prosegue, cambiano le condizioni economiche e finanziarie e il modello costruito negli anni del boom entra progressivamente in una nuova fase, fino al passaggio del Gruppo Zanussi a Electrolux. Eppure frigoriferi, lavatrici e cucine sono soltanto una parte dell'eredità lasciata da Lino: dietro quei prodotti rimane una cultura industriale che ha contribuito a cambiare Pordenone e l'Italia. Sintesi liberamente tratta dal libro "Lino Zanussi, la grande biografia", di Piergiorgio Grizzo, edito da Edizioni Biblioteca dell'Immagine.

Lino Zanussi aveva una convinzione precisa: nel mercato europeo degli elettrodomestici, rimanere piccoli avrebbe significato prima o poi scomparire.

La dimensione non era per lui una manifestazione di prestigio, ma uno strumento industriale. Aumentare i volumi significava abbassare i costi unitari, mantenere competitivo il prezzo dei prodotti, conquistare nuovi mercati e generare risorse da reinvestire.

Alla fine degli anni Sessanta Zanussi era diventata uno dei grandi protagonisti europei del bianco e la concentrazione del settore sembrava confermare pienamente l'intuizione del suo leader.

Dopo il 1968, però, la politica delle acquisizioni viene proseguita da Lamberto Mazza in maniera ancora più spinta. Ed è proprio qui che il libro individua uno dei passaggi decisivi della storia successiva del gruppo: la corsa alla dimensione, nata come risposta alla competizione internazionale, finirà per produrre anche conseguenze molto diverse da quelle conosciute durante la gestione di Lino. Il principio rimane lo stesso. È la scala alla quale viene applicato a essere cambiata.

Il mondo intorno alla fabbrica non è più quello del boom

C'è poi una differenza ancora più importante. La Zanussi costruita da Lino era cresciuta dentro una stagione economica eccezionale.

Milioni di famiglie italiane stavano entrando per la prima volta nel mercato degli elettrodomestici. Frigoriferi e lavatrici passavano rapidamente dallo status di beni quasi irraggiungibili a quello di presenze normali nelle abitazioni. L'Europa offriva spazi enormi e l'industria italiana poteva contare su costi di produzione particolarmente competitivi.

Era stato proprio Lino a capire molto presto che quel mercato non avrebbe avuto confini nazionali. Nel 1964 circa metà della produzione prevista dalla Zanussi era già destinata all'estero e i suoi apparecchi raggiungevano Paesi lontanissimi, mentre Germania, Francia, Olanda e Belgio rappresentavano alcuni degli sbocchi europei più importanti.

Negli anni Settanta, però, lo scenario cambia.

Il gruppo continua a espandersi, ma deve farlo dentro un'economia più complessa rispetto a quella che aveva accompagnato il miracolo italiano. Governare un insieme sempre più articolato di società e stabilimenti richiede risorse finanziarie crescenti e rende progressivamente più difficile conservare quell'equilibrio fra sviluppo e autofinanziamento che era stato uno dei capisaldi di Lino.

Durante la sua gestione, infatti, Zanussi era rimasta un'impresa a capitale familiare fortemente legata al principio del fasin dibesoi, il "facciamo da soli": produrre, vendere, reinvestire gli utili e utilizzare la crescita per finanziare quella successiva.

La Zanussi degli anni Settanta è ormai un organismo troppo vasto perché quel modello possa essere semplicemente replicato.

La grande intuizione e il suo limite

C'è quasi un paradosso nella vicenda.

Lino aveva visto giusto quando sosteneva che l'industria europea degli elettrodomestici sarebbe andata incontro a una forte concentrazione. Molte delle decine di aziende che negli anni Cinquanta e Sessanta producevano frigoriferi, lavatrici o cucine sarebbero effettivamente scomparse o sarebbero state incorporate da gruppi maggiori. Zanussi era diventata uno di quei gruppi proprio perché aveva anticipato il processo.

Ma la crescita, da sola, non poteva rappresentare una garanzia permanente.

Lo stesso Lino aveva legato la dimensione a una condizione precisa: produrre qualità migliore a costi inferiori. Se uno dei due elementi fosse venuto meno, sosteneva, l'impresa avrebbe perso il mercato.

Una fabbrica, ma soprattutto una "struttura pensante"

Ridurre l'eredità di Lino ai numeri raggiunti dalla Zanussi significherebbe però raccontarne soltanto una parte. Aveva trasformato l'azienda anche in quello che la biografia definisce un polo di cultura industriale, una "struttura pensante" capace di diffondere competenze nel territorio.

Aveva cercato tecnici, designer, manager e specialisti; investito nella formazione; sostenuto il rapporto tra impresa e scuola; contribuito all'esperienza del Cuoa; creato un Centro Studi; introdotto nell'azienda una cultura del design che avrebbe portato anche ai Compassi d'Oro.

Soprattutto aveva imposto una regola che raccontava nel maggio 1968, poche settimane prima della morte: aggiornamento e inquietudine.

Nessun risultato doveva essere considerato definitivo. Ciò che funzionava oggi doveva essere verificato domani. La conoscenza andava continuamente aggiornata e l'insoddisfazione per quanto già raggiunto doveva diventare una vera filosofia aziendale.

È probabilmente questa, più ancora dei volumi produttivi, la parte della sua eredità che resiste meglio al tempo.

Perché frigoriferi, lavatrici e cucine cambiano. I mercati cambiano. Perfino le proprietà delle aziende cambiano.

La capacità di interrogarsi continuamente su ciò che verrà dopo, invece, rimane una delle condizioni fondamentali per qualsiasi industria che voglia sopravvivere.

Verso Electrolux

La storia successiva dimostrerà quanto quel principio fosse difficile da mantenere.

Il gruppo che Lino aveva lasciato nel 1968 continuerà ancora a lungo a rappresentare uno dei nomi centrali dell'elettrodomestico italiano ed europeo, ma la sua crescente complessità industriale e finanziaria finirà per aprire una crisi che cambierà definitivamente il destino della società.

Il passaggio a Electrolux segnerà la conclusione della Zanussi come grande gruppo italiano indipendente. Non cancellerà però ciò che era stato costruito.

Anzi, proprio la dimensione industriale, le competenze tecniche, gli stabilimenti, i marchi e la posizione conquistata nel mercato europeo spiegano perché quell'impresa nata da una piccola officina di Pordenone fosse diventata abbastanza importante da entrare nella storia di uno dei maggiori gruppi mondiali del settore.

Per capire davvero che cosa finisce con quel passaggio, bisogna allora tornare all'inizio. A una cucina economica. A una bottega. A un padre che si chiamava Antonio.

E a un figlio che, molti anni dopo, avrebbe trasformato quell'eredità in qualcosa che nessuno, nella Pordenone del dopoguerra, avrebbe potuto immaginare.

La fine di un'impresa italiana, non della sua storia

Il passaggio del Gruppo Zanussi a Electrolux chiude la stagione dell'azienda indipendente costruita dalla famiglia pordenonese. È una cesura profonda, ma non cancella ciò che quella storia ha prodotto.

Persone, competenze, stabilimenti, cultura tecnica e capacità progettuale continuano infatti a esistere oltre il cambiamento proprietario. Anche uomini cresciuti nell'organizzazione voluta da Lino attraverseranno la lunga trasformazione successiva: Mario Dalle Molle, entrato giovanissimo nel 1957 per costruire una moderna funzione del personale, resterà per esempio in azienda fino al 1985, vivendo anche il passaggio del gruppo a Electrolux.

Molto più di frigoriferi e lavatrici

In meno di vent'anni Lino aveva trasformato l'azienda ereditata dal padre in un gruppo da 13.000 dipendenti e tredici stabilimenti.

Aveva portato la Rex dalle cucine economiche ai frigoriferi, dalle lavatrici alle lavastoviglie, fino all'elettronica. Aveva compreso l'importanza del design industriale quando per molte aziende la forma era ancora considerata un elemento secondario. Aveva costruito una rete commerciale nazionale e internazionale e investito nella formazione dei manager, dei tecnici e delle maestranze.

Soprattutto, aveva trasformato la Zanussi in quello che la biografia definisce una "struttura pensante", capace non soltanto di produrre ma di diffondere cultura industriale nel territorio.

È forse questa l'eredità meno immediatamente visibile, ma più importante. Perché una fabbrica può cambiare proprietà. Un marchio può essere riposizionato. Un prodotto può diventare tecnologicamente superato.

Le competenze costruite attorno a un'impresa possono invece sopravviverle.

"Cavalchiamo la tigre"

Lino stesso aveva compreso che la crescita aveva un prezzo. Alla fine del 1966 confessò in un'intervista a "Il Giorno" un pensiero sorprendente: qualche volta gli sarebbe piaciuto vendere tutto per poter ricominciare da capo.

Raggiunta l'indipendenza economica, spiegava, era ormai l'azienda a comandare. Il futuro assorbiva ogni energia e lasciava pochissimo tempo per godere di ciò che era già stato costruito.

La sua immagine era straordinariamente efficace: «Cavalchiamo la tigre e non possiamo scendere».

Dietro il grande industriale emerge così l'uomo. Non un personaggio celebrativo e nemmeno, come sottolinea la biografia, un santo o un filantropo, ma un imprenditore consapevole della responsabilità che derivava dal dirigere un'organizzazione dalla quale dipendevano migliaia di persone.

La volontà del futuro

Resta allora una frase capace di riassumere l'intera vicenda. Per Lino prevedere lo sviluppo di un'impresa non significava immaginare passivamente ciò che sarebbe accaduto. Significava decidere quali eventi si volevano determinare e organizzarsi perché diventassero possibili.

La chiamava "volontà del futuro".

È ciò che aveva fatto scegliendo il frigorifero quando il mercato italiano era ancora minuscolo. Con la lavatrice. Con il design. Con l'export. Con l'elettronica. Con la formazione manageriale. Con la costruzione di un gruppo che pensava già in termini europei.

Ed è qui che la storia può tornare al punto da cui tutto era partito.

Nel 1926, nel cortile della vecchia officina di Antonio Zanussi, viene scattata una fotografia. Gli operai si dispongono davanti all'obiettivo. Al centro c'è un piccolo tavolo con una macchina da scrivere. Accanto siedono due bambini: Guido ha nove anni, Lino circa sei.

Negli scatti preparatori quasi tutti cambiano posizione. Antonio si sposta, gli operai cercano la posa migliore, Guido ora guarda la macchina da scrivere, ora l'obiettivo. Lino no.

Rimane praticamente immobile, con lo sguardo fisso su quel marchingegno che sembra averlo completamente rapito. Non può sapere che un giorno guiderà un'industria capace di produrre migliaia di apparecchi ogni giorno. Non può immaginare frigoriferi, lavatrici, stabilimenti, Compassi d'Oro o mercati internazionali.

Sta semplicemente cercando di capire come funziona qualcosa che non conosce. Forse è proprio questa l'immagine migliore con cui ricordare Lino Zanussi.

Un bambino che, mentre tutti guardano il fotografo, sta già guardando altrove.

(fine)