Lino Zanussi. L'uomo che cambiò l'industria degli elettrodomestici italiani
Parte 8 di 8La volontà del futuro. L'ultima grande sfida di Lino Zanussi
Nel 1968 la Zanussi ha raggiunto dimensioni impressionanti: oltre 13.000 dipendenti, 13 stabilimenti, 14.000 apparecchi prodotti ogni giorno e un fatturato che supera i cento miliardi di lire. Eppure Lino Zanussi non considera conclusa la sua corsa. Investe miliardi nella ricerca, prepara nuove acquisizioni, rafforza la presenza internazionale e immagina un'industria italiana capace non più di inseguire Stati Uniti e concorrenti stranieri, ma di guidare l'innovazione mondiale. La sua idea è semplice e radicale: il futuro dell'impresa non si prevede, si costruisce. Sintesi liberamente tratta dal libro "Lino Zanussi, la grande biografia", di Piergiorgio Grizzo, edito da Edizioni Biblioteca dell'Immagine.
L'8 maggio 1968, poco più di un mese prima della sua morte, Lino Zanussi tiene una lezione all'Università Popolare di Udine. I numeri che presenta fotografano un'azienda ormai lontanissima dall'officina fondata dal padre Antonio.
L'organico supera i 13.000 dipendenti, le aree e gli impianti produttivi occupano complessivamente 2,5 milioni di metri quadrati, dalle linee escono mediamente 14.000 apparecchi al giorno e il fatturato annuo ha superato i cento miliardi di lire.
Ma ciò che colpisce nel suo intervento è il modo in cui li interpreta. Non li presenta come un trofeo personale. Al contrario, sostiene che proprio quelle dimensioni debbano ricordare ogni giorno la responsabilità di dirigere un organismo non soltanto economico, ma anche umano.
È una distinzione importante. La Zanussi è diventata enorme, ma per Lino la grandezza non costituisce di per sé un obiettivo. Deve avere una ragione industriale.
La spiegherà con chiarezza: l'aumento delle dimensioni non nasce dalla ricerca del prestigio, ma dalla necessità di raggiungere volumi produttivi sufficienti a mantenere i costi fra i più bassi d'Europa senza rinunciare alla qualità. La liberalizzazione degli scambi e il progressivo consolidamento del mercato comune europeo hanno premiato quella scommessa.
Sette miliardi per non dover più copiare nessuno
Il dato forse più significativo riguarda però la ricerca. Nel 1968 la Zanussi investe sette miliardi di lire all'anno nella ricerca applicata. Nei soli reparti elettronici lavorano 35 ingegneri, sette fisici e sessanta periti industriali. Negli stabilimenti friulani arrivano rappresentanti di colossi come General Electric, General Motors, Rca, Westinghouse e Texas Instruments.
È il rovesciamento completo della situazione vissuta soltanto quindici anni prima. Quando Zanussi aveva deciso di produrre frigoriferi, era necessario osservare ciò che facevano gli americani, studiarne le soluzioni e imparare. Adesso Lino ritiene che quella fase sia terminata.
Lo dice senza mezzi termini: è finito il tempo in cui gli italiani devono limitarsi a copiare ciò che fanno gli altri. L'industria nazionale degli elettrodomestici ha recuperato il divario tecnologico con gli Stati Uniti e deve essere capace di conservare il vantaggio conquistato.
È probabilmente uno dei passaggi che meglio raccontano la trasformazione della Zanussi. L'azienda che aveva imparato osservando i mercati più avanzati vuole ora diventare quella che gli altri vengono a osservare.
L'elettronica entra negli elettrodomestici
L'interesse per l'elettronica, quindi, non nasce dalla semplice volontà di diversificare la produzione con televisori, radio o telecamere.
Lino e Gaudenzio Gaudenzi hanno intuito che quella tecnologia finirà per entrare direttamente nei grandi elettrodomestici. Controlli, automazione e nuovi componenti cambieranno progressivamente frigoriferi, lavatrici e apparecchi per la cottura.
Per questo Zanussi investe prima che il mercato lo renda strettamente necessario.
È la stessa logica che ha accompagnato tutta la sua storia industriale: acquisire una competenza quando appare ancora prematura significa possederla nel momento in cui diventa decisiva.
Persino alcune sperimentazioni che oggi appaiono lontanissime dal mondo della casa acquistano senso in questa prospettiva. Alla fine degli anni Sessanta l'attività tecnologica del gruppo si spinge fino a esplorare applicazioni industriali estremamente avanzate, arrivando ad affacciarsi perfino al settore missilistico.
La Zanussi non vuole più essere semplicemente un produttore di elettrodomestici. Vuole costruire un patrimonio tecnologico capace di alimentare prodotti che ancora non esistono.
Non prevedere il futuro, ma volerlo
È proprio in questi anni che Lino formula una delle idee più interessanti del suo pensiero imprenditoriale. Fare previsioni aziendali, sostiene, non significa cercare di indovinare ciò che accadrà. Significa decidere quali eventi si vogliono determinare e organizzarsi affinché accadano.
La sua definizione è ancora più efficace: «La previsione dello sviluppo dell'impresa non è l'immaginazione del futuro, bensì la volontà del futuro». È quasi il manifesto della sua carriera.
Il frigorifero era stato una volontà del futuro quando il mercato italiano era ancora minuscolo. Lo erano state la produzione di massa, il design industriale, l'elettronica, l'export e le acquisizioni.
Ora la stessa logica viene applicata alla nuova dimensione europea del gruppo.
Per Lino il settore degli elettrodomestici è destinato a concentrarsi rapidamente. Dei molti produttori nati durante il boom ne resteranno soltanto pochi, probabilmente tre o quattro grandi gruppi capaci di operare su scala continentale. Zanussi deve essere uno di questi.
Il 1968 non è un punto d'arrivo
Nei primi sei mesi del 1968 la Zanussi assume più di duemila persone e ne cerca ancora un migliaio. Nel raggio di quaranta chilometri da Pordenone la manodopera disponibile è ormai quasi esaurita. Dieci anni prima i dipendenti erano appena 1.200.
Anche la politica delle acquisizioni prosegue. Dopo Becchi, Stice e Procond, entra nell'orbita del gruppo la Aspera di Mel, produttrice di compressori. Si tratta per la Castor, uno dei maggiori concorrenti italiani nel settore delle lavatrici, mentre resta aperto il confronto con la storica rivale Zoppas.
Ma lo sguardo è rivolto soprattutto oltre i confini.
In Spagna Zanussi è presente dal 1965 attraverso la Ibelsa di Alcalá de Henares, partecipata insieme all'imprenditore e banchiere Ignacio Fierro Viña. Produrre direttamente nel Paese permette di aggirare le severe limitazioni alle importazioni imposte dal regime franchista e rappresenta un ulteriore passo verso una presenza industriale realmente internazionale.
Nel giugno del 1968 proprio dalla Spagna arrivano segnalazioni su altre due aziende potenzialmente interessanti. Lino decide di andare a vederle.
Non è una missione indispensabile e nemmeno particolarmente urgente. È semplicemente il modo in cui ha sempre lavorato: osservare personalmente un'opportunità prima di decidere.
Il 18 giugno sale quindi sull'aereo diretto a Madrid. Il viaggio verso la Spagna ci riporta esattamente al punto dal quale questa storia era cominciata.
Ma questa volta sappiamo che cosa Lino Zanussi stava lasciando dietro di sé: non un'impresa arrivata alla fine del proprio sviluppo, bensì un gruppo che si preparava al salto più grande della sua storia.
La crescita impone a Lino un problema nuovo: costruire una struttura capace di governare il gruppo senza concentrare ogni decisione nelle sue mani.
Nel 1968 Guido Zanussi è presidente, Lino consigliere delegato e direttore generale, mentre Alfio Di Vora ricopre formalmente il ruolo di vicedirettore generale, continuando di fatto a essere il grande riferimento tecnico dell'azienda. Lino ha però deciso di affidargli una responsabilità ancora maggiore: vuole cedergli la direzione generale.
Di Vora prende tempo. Si sente preparato sul piano tecnico, molto meno su quello finanziario, e chiede alcuni mesi per maturare la decisione. Quei mesi non arriveranno mai: il 18 giugno entrambi perderanno la vita nell'incidente aereo in Spagna.
La scelta di Lino, tuttavia, dice molto. Il fondatore della Zanussi moderna sta cercando di costruire un management che possa assumersi responsabilità sempre più ampie.
Lamberto Mazza, l'uomo dei numeri
Un'altra figura fondamentale di questo processo è Lamberto Mazza. Romano, classe 1926, arriva dal mondo bancario. Lino lo conosce alla Banca Nazionale del Lavoro di Udine e ne apprezza rapidamente capacità finanziarie, eloquio e sicurezza nei rapporti professionali. Dopo qualche esitazione, Mazza lascia la banca ed entra definitivamente in Zanussi.
La sua presenza diventa particolarmente importante proprio mentre il gruppo moltiplica investimenti e acquisizioni. Il 18 giugno 1968, mentre Lino parte per la Spagna, Mazza vola infatti a Torino per trattare con il Gruppo Fiat l'acquisizione dello stabilimento Aspera di Mel, specializzato nella produzione di compressori.
È quasi una fotografia dell'azienda in quel momento: da una parte si studiano nuove opportunità industriali in Spagna, dall'altra si negozia l'acquisizione di una fabbrica italiana. La crescita procede contemporaneamente su più fronti.
I binari erano già stati posati
Dopo la scomparsa di Lino e Di Vora, sarà proprio Mazza a essere nominato consigliere delegato. La necessità immediata è garantire continuità a una macchina industriale che non può fermarsi.
Pochi giorni dopo Mazza sintetizzerà con efficacia ciò che Lino aveva lasciato: l'obiettivo era diventare la più grande azienda europea produttrice di elettrodomestici. Il gruppo, spiega, è ormai come un treno in corsa i cui binari sono già stati costruiti dal suo predecessore. Ed è forse qui che si comprende meglio l'eredità industriale di Lino Zanussi.
Non soltanto stabilimenti, frigoriferi, lavatrici o fatturati. Aveva lasciato un metodo: programmare, investire, delegare, confrontarsi continuamente con la concorrenza e considerare ogni posizione raggiunta soltanto temporanea.
La sua "volontà del futuro" non era dunque uno slogan. Era il principio con cui aveva trasformato, in meno di vent'anni, una fabbrica pordenonese in uno dei protagonisti europei dell'elettrodomestico.
Il progetto era ancora incompiuto. Ma la strada era già tracciata.
(continua)