Ogni giorno una sfida appagante
I primi passi mossi come garzone, l'incontro fortunato con i suoi attuali soci, i consigli del papà elettrotecnico. Silvio racconta ad Archimede il percorso iniziato giovanissimo nel mondo delle riparazioni di elettrodomestici, il suo rapporto con i clienti, il suo sogno nel cassetto coltivato parallelamente all'attività professionale e della passione sfrenata per i motori. Il tutto, però, gestito con la tipica filosofia genovese che impone di non "menare troppo il belino".
Gli esordi
Avevo 14 anni. La prima fase è stata simile a quella di molti colleghi: ho iniziato come garzone di bottega. Aiutavo a portare gli elettrodomestici nella casa dei clienti, oppure risolvevo piccole problematiche (sempre sotto l'occhio vigile di personale esperto). Inoltre, osservavo con attenzione gli interventi di riparazione per carpire i segreti del mestiere.
Devo essere sincero: con i libri non ho mai maturato grande feeling. Ho frequentato il liceo scientifico, ma non faceva per me. Quindi, mi sono trasferito in una scuola per conseguire il diploma come perito elettronico. Un cammino utile perché mi ha donato i primi rudimenti sul mondo dell'elettronica. Lo identifico ancora oggi come una sorta di passaggio di testimone.
Mio padre è un elettrotecnico. La mia carriera di tecnico la devo anche a lui.
Gli ostacoli costituiti dai libri hanno, in qualche modo, indirizzato il mio futuro. Giustamente i miei genitori, senza troppi fraintendimenti, non avrebbero voluto in alcun modo un figlio lazzarone. È stata la mia fortuna. Da un lato sono stato responsabilizzato e per un giovane, nonostante qualche mugugno iniziale, significa cogliere immediatamente le difficoltà regalate dalla vita. Dall'altro, quella scelta radicale imposta dai miei genitori, portò sulla mia strada gli attuali soci con cui, oggi, condivido le fortune professionali.
Solo per una breve stagione, meno di un paio d'anni, mi sono occupato di telefonia. Nel senso che riparavo cellulari. Sono sempre stato attratto da quel mondo. Successivamente, sono stato ricontattato dai miei attuali soci, con cui abbiamo deciso di costruire qualcosa di più solido e concreto, questa volta tutti insieme.
Il lavoro e i clienti
Esistono diversi scenari che mi fanno amare questo lavoro. In primo luogo, apprezzo di essere contattato da clienti con un problema e trovare la modalità più rapida e meno costosa per risolverlo. Si tratta davvero di una sfida appagante. Come, d'altra parte, è molto appagante la gratitudine del cliente. Un cliente contento si trasforma molto spesso in cliente fidelizzato. Nel nostro mondo significa tanto, soprattutto significa che abbiamo lavorato bene.
I ritmi non rappresentano un problema, perché sono abituato a lavorare sotto pressione. A volte sono fastidiosi quei clienti che vogliono insegnarti il lavoro, oppure che s'impuntano su scelte sbagliate. Per esempio, quando non accettano che non ci sia un componente sostituibile. In verità, l'attività più complicata è riuscire a coordinare i collaboratori. Manca in alcuni di loro un po' di volontà, di spirito di sacrificio, di dedizione. Tutto sommato, amo così tanto il mio lavoro che non lo cambierei con altre soluzioni.
Distinguo tra due tipologie di clienti: quelli invernali e quelli estivi. La Liguria è la patria delle seconde case. Con i turisti, infatti, lavoriamo molto di più rispetto ai locali. I villeggianti sono quelli che ti chiamano oggi, ma nella loro testa avresti dovuto anticiparli e programmare l'uscita già il giorno prima. In più non sono nemmeno elastici con la programmazione dell'appuntamento: se impongono un giorno non se ne esce. Spesso la data pretesa dal cliente complica terribilmente l'organizzazione della nostra giornata di lavoro. Siamo comunque abituati. Va bene così.
Entrando in empatia col cliente cerco di spiegare che si tratta di un corrispettivo dovuto. Non è un'invenzione del tecnico riparatore. Con pazienza è necessario far capire anche il valore di un tecnico riparatore, del suo lavoro e della sua professionalità. Giochiamo per la stessa squadra, non abbiamo alcun vantaggio a essere avversari.
Una signora, a causa della sua germofobia, m'impose di vestirmi con la tuta da verniciatore, guanti e mascherina. Fin qui, per quanto curiosa fosse la richiesta, nulla di che. Purtroppo eravamo in piena estate e stavo svenendo dal caldo. Ho chiesto che lasciasse la stanza perché avevo necessità di respirare. Mi sono tolto la mascherina portando a termine, come pattuito, la riparazione. Ma quanta fatica.
Archimede e le riparazioni
Molto bene. Sono ormai tre anni che collaboriamo e sono davvero soddisfatto della struttura. D'altra parte, va detto che abbiamo trovato la sinergia professionale giusta da abbinare alla tipica flemma genovese del "non menare troppo il belino". Non saremmo riusciti a passare dalle iniziali 200 assistenze all'anno a quasi mille.
Più ostica non direi. Forse la lavastoviglie perché non si possono eseguire tante prove. Però non esistono scogli insormontabili. I frigoriferi abbiamo smesso di farli perché poco convenienti, ma il resto, per un tecnico riparatore esperto, non rappresenta un problema.
In assoluto, lavatrici e lavastoviglie.
La vita privata
Sono un vero malato per i motori, specialmente di Formula 1. Cascasse il mondo, quando trasmettono un gran premio sono davanti alla televisione. In Italia, per esempio, mi reco sempre a Imola per assistere alla corsa, grazie ad alcuni amici che mi donano il biglietto d'ingresso. Una meraviglia che mi godo a tutto tondo.
Ce l'ho e si tratta di un'attività che seguo parallelamente al lavoro: insieme ai miei soci, infatti, abbiamo acquistato alcuni immobili da mettere a reddito, soprattutto per uso turistico.
Con Archimede mi trovo molto bene. Siamo perfettamente allineati e in sintonia. Volendo cercare il pelo nell'uovo, metterei meno pressione sui solleciti ed eviterei, durante i resoconti, di rifare completamente il check. Ottimizzare il tempo impiegato nella fase più burocratica è importante. Ci tengo a ribadire, però, che sono molto soddisfatto della nostra collaborazione.